21 December 2011

Divisione delle proprietà  tra conviventi — nel Regno Unito La Corte Suprema si pronuncia


La Corte Suprema ha appena deciso un caso riguardante un immobile di proprietà di due conviventi, la Signora Jones e il Signor Kernott. Attualmente, nel Regno Unito, circa quattro milioni di persone convivono senza aver contratto matrimonio con il proprio partner.

Nel 1985 la Signora Jones e il Signor Kernott avevano acquistato un immobile in comproprietà. Successivamente, avevano avuto due figli per poi separarsi otto anni dopo la loro nascita. Dopo la separazione la Signora Jones ed i figli avevano continuato a vivere nel suddetto immobile. La Signora Jones gestiva l’appartamento senza ricevere alcun contributo da parte del Signor Kernott che, a sua volta, aveva acquistato un altro immobile utilizzando la propria metà dei proventi percepiti in virtù di una polizza assicurativa cointestata a lui e alla Signora Jones.

Circa 12 anni dopo la separazione, il Signor Kernott agiva in giudizio chiedendo la restituzione della propria quota di proprietà dell’immobile a suo tempo acquisito congiuntamente con la Signora Jones.

Inizialmente il Giudice decideva sulla divisione della proprietà riconoscendo alla Signora Jones una quota dell’immobile pari a 90/100, in quanto le intenzioni delle parti erano cambiate con la separazione e non vi era più la volontà di riconoscere la titolarità dell’immobile in quote uguali (50/50). Tuttavia, la Corte d’Appello, non condividendo tale decisione, aveva da ultimo dichiarato che la proprietà dell’immobile doveva essere divisa in parti uguali.

Sul caso si è pronunciata la Corte Suprema che ha aderito alla decisione del primo Giudice riconoscendo alla Signora Jones il 90% della proprietà dell’appartamento.

In Inghilterra e in Galles i conviventi, dopo la fine del rapporto, non hanno il diritto di chiedere al proprio partner un supporto economico e finanziario in caso di necessità. Non possono che fare riferimento ai case law ovvero alla giurisprudenza in tema di proprietà e in materia di prole. All’inizio di quest’anno, il Governo ha accantonato le varie proposte della Commissione governativa per le riforme (Law Commission) che tendevano a predisporre un quadro normativo regolante il rapporto di convivenza e le conseguenze in caso di fine della relazione. Si è quindi deciso di lasciare alla magistratura il compito di riempire questo vuoto normativo e chiarire l’orientamento da seguire nei casi in cui un bene sia in comproprietà e non sia stato espressamente stabilito il valore delle quote spettanti a ciascun comproprietario.

Il caso Jones/Kernott è estremamente rilevante in quanto ha introdotto il principio di equità, fairness in inglese (applicato anche con riguardo al trattamento delle richieste economiche nell’ambito del divorzio) andando ad incidere sulle circostanze di fatto e sugli elementi probatori da produrre in questo tipo di contenziosi. In applicazione di tale principio, si consente ad una parte, in assenza di un accordo espresso, di dimostrare che la “volontà” delle parti riguardo la titolarità e la detenzione di un immobile sia di fatto cambiata nel corso del rapporto ovvero si attribuisce al Giudice il potere di attribuire alle parti una volontà che non hanno mai avuto o non hanno mai espresso, qualora lo dovesse ritenere giusto ed equo.

Il chiarimento fornito dalla Corte Suprema circa le modalità e l’approccio con cui pervenire alla decisione dei casi che coinvolgono conviventi che non hanno espressamente concordato la rispettiva attribuzione delle loro proprietà, è molto utile ma non fa venir meno la necessità, sempre più urgente, di integrare, se non riformare, la disciplina di questo settore del diritto, ad oggi lacunosa e fonte di incertezze.

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