01 June 2007

Suddivisione dei beni in caso di divorzio - quando verrà  fatta chiarezza?


Suzanne Todd
Partner | UK

Sono tempi difficili per il diritto inglese in tema di divorzio. Quando si tratta di cause di alto valore economico, la mancanza di chiarezza in ambito di divisione dei beni, in caso di divorzio, emerge anche dai resoconti giornalistici. Quest’appello è venuto alla ribalta sulla scia della recente udienza del caso Charman vs Charman (vd. sotto). Gli avvocati divorzisti attendono con ansia la relativa decisione.

Su cosa, allora, si discute? Diversamente da quanto accade in altre giurisdizioni, non esiste alcuna formula matematica per la ripartizione dei beni in caso di divorzio. Anche successivamente al caso White vs White (2000), al quale si riconduce il principio dell’eguale ripartizione, una semplice suddivisione percentuale non costituisce sempre la soluzione migliore. Tale circostanza è stata confermata dalle recenti cause Miller e McFarlane (Withers rappresentava Mrs Miller), che poco hanno aggiunto alla certezza dell’esito del contenzioso relativo ai provvedimenti economici conseguenti al divorzio. Quello che i tribunali sembrano perseguire è il giusto equilibrio tra certezza e prevedibilità, pur conservando la dominante discrezionalità del tribunale nel trattare le questioni in base alle specifiche circostanze.

Il fatto che le Corti inglesi godano di ampi poteri discrezionali per arrivare a decisioni costruite su misura per ogni singolo caso, non sorprende i giuristi di civil law. Il caso giurisprudenziale, in quest’ambito, risulta essere un’utile guida piuttosto che un chiaro precedente da seguire nei casi successivi. L’esito decisionale può variare a seconda del giudice al quale il caso è sottoposto e di solito è possibile individuare una serie di risultati probabili. In conseguenza di ciò, i coniugi, in sede di divorzio, inducono i loro avvocati a cercare strade nuove e creative per giustificare il loro discostarsi dal principio di eguale ripartizione: “contributo speciale o eccezionale”, indennizzo”, forse addirittura la recente proposta giornalistica della “toxic wife syndrome” – la sindrome della moglie tossica – (la donna che smette di lavorare non appena sposata, apparentemente per creare un ambiente familiare stabile per i futuri figli, ma che in realtà delega gran parte delle faccende domestiche, alla cui cura aveva promesso di occuparsi, ad apposito personale, con poc’altro da fare se non shopping, mangiare e “godersela”).

Fino ad ottobre 2002, il concetto chiave era quello di “contributo speciale o eccezionale”, incentivato dalla Corte d’Appello in Cowan v Cowan (2001). In base ad un giudizio secondo equità, bisognerebbe distaccarsi dal principio di eguaglianza quando un coniuge abbia apportato uno speciale contributo alla famiglia, generando un’enorme fortuna. Mentre la corte, in Lambert v Lambert (2002) ha tentato di abbandonare il principio, il caso Sorrell v Sorrell, del 2005 (Withers rappresentava il marito in quella causa), ha visto ricomparire il principio del contributo speciale come fattore in deroga all’eguale ripartizione. Le parti erano state sposate per 32 anni e avevano tre figli adulti. Il patrimonio netto superava £73 milioni. Il marito era uno degli uomini d’affari di maggior successo al mondo nel suo settore. La moglie era rimasta a casa ad occuparsi dei figli.

I Giudici della Camera dei Lords “nelle cause Miller and McFarlane (2006) hanno creato l’ulteriore concetto di “indennizzo”. “Indennizzo” significa, in sostanza, che l’assegnazione del mantenimento può essere concessa non solo per coprire il fabbisogno del coniuge beneficiario, ma anche per indennizzarlo rispetto ad una diminuzione del reddito causata, ad esempio, dall’aver sacrificato la propria carriera. La Camera dei Lords ha emesso cinque decisioni diverse. Tra l’altro, quelle relative ai due giudizi principali, si discostano significativamente. Il fatto che nemmeno un giudizio sia stato conforme porterà a diversi anni di conflitti su quale sia il diritto vigente in materia, e, potenzialmente, indebolisce l’integrità dell’intero sistema della giustizia nel diritto di famiglia.

Charman v Charman (Alta Corte e Corte d’Appello)

La causa riguardava un matrimonio durato 30 anni. Il marito era rimasto nel campo delle assicurazioni fin dalla fine degli studi, facendo carriera all’interno dei Lloyd’s e trasferendosi infine alle Bermuda. Il marito aveva accumulato redditi all’incirca per £131 milioni, escludendo i £30-40 milioni depositati in un trust a favore dei due figli della coppia. Il patrimonio era stato interamente costituito nel corso del  matrimonio.  Questo comprendeva £56 milioni di proprietà del marito e £68 milioni in un fondo di investimento flessibile costituito in Jersey, ma spostato alle Bermuda quando il marito si è trasferito all’estero. Il marito ha cercato di argomentare che il suo “contributo speciale” meritava una deroga alla regola dell’eguale ripartizione dei beni e che, a causa della resistenza di sua moglie a trasferirsi all’estero, sul suo piatto della bilancia dovessero essere accreditati (più di £20 milioni) in via esclusiva, ovvero l’importo corrispondente al risparmio fiscale realizzato con il trasferimento alle Bermuda. Inoltre, ha cercato di sostenere che il fondo fosse di natura dinastica e che fosse stato costituito per le future generazioni.

Il Giudice Coleridge ha ritenuto che:

  1. Alla moglie dovessero essere assegnati £48 milioni, cioè il 37% dei redditi, per riflettere il contributo speciale fornito dal marito nel generare un tale quantitativo di ricchezza. La capacità di produrre ricchezza del marito era “assolutamente eccezionale, manifesta ed ovvia” e meritava una deroga speciale al principio dell’eguale ripartizione dei beni.
  2. Nelle cause di valore elevato il fabbisogno economico delle parti era superato da altri fattori.
  3. La moglie non aveva omesso di sostenere il marito nei suoi sforzi professionali rifiutandosi di trasferirsi alle Bermuda e, in ogni caso, la sua condotta non era oggetto di valutazione da parte del tribunale.
  4. Non esistevano riferimenti nelle lettere di desideri relative alla natura dinastica del trust e sarebbe stato sorprendente laddove il marito non avesse documentato la propria intenzione qualora questa fosse stata quella di trasferire il fondo alle future generazioni. In ogni caso, anche se vi fosse stata prova di tale sua intenzione, uno dei due coniugi non potrebbe sottrarre ex abrupto, dal patrimonio complessivo accumulato durante il matrimonio, la metà dei beni coniugali per destinarli in un trust semplicemente scrivendo una lettera di desideri senza il consenso dell’altro coniuge.

John Charman si è rivolto allo studio legale Withers perché lo rappresentasse, con l’incarico di rivolgersi alla Corte d’Appello. Anche se l’appello è stato esaminato all’inizio di marzo, i Giudici non hanno ancora pronunciato la sentenza. Mentre la causa Miller and McFarlane ha costituito uno spartiacque per le cause di “alto valore” ed è stata oggetto di numerosi commenti in ambito dottrinale, molte questioni rimangono irrisolte: si spera che la Corte d’Appello colga l’opportunità per chiarire la posizione sulla ripartizione dei beni nelle cause di “alto valore”.

Quale sarà, dopo questi sviluppi, la posizione degli avvocati? Il punto è che si sta creando una ricchezza più ingente che mai. Gli avvocati divorzisti continueranno a utilizzare tutti i possibili argomenti nel contesto di un divorzio, fino a quando il Parlamento non interverrà per fornire una guida più concreta sul diritto e, fino a quel momento, continueremo a essere guidati dalla giurisprudenza e da criteri di legge totalmente insoddisfacenti per coloro che siano attualmente coinvolti in cause di divorzio.

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